La valutazione nel volontariato (4). Potere e fattori extrascientifici

Si parla spesso, a proposito di valutazione, di empowerment: è convinzione diffusa, infatti, che il processo valutativo rafforzerebbe le capacità e la consapevolezza degli attori coinvolti (valutatori e stakeholders). E – se condotta in modo partecipato – la valutazione contribuirebbe alla presa di coscienza e alla sempre maggiore autonomia degli stessi beneficiari del progetto.

Benché il concetto di empowerment implichi, come è ovvio, la nozione di potere, sono tuttavia abbastanza rare, nei manuali di valutazione, le riflessioni sul rapporto fra processo valutativo e potere. Gli appunti che seguono intendono aprire un dibattito su questo aspetto – spesso trascurato ma fondamentale – della ricerca valutativa.

Per chiarire la centralità di questo tema, partirei da un aneddoto autobiografico. Nel 1990, ero appena arrivato a Bandiagara, una minuscola cittadina del Mali, sull’altipiano Dogon, per lavorare come antropologo in un progetto di cooperazione sanitaria che aveva come finalità l’integrazione della medicina tradizionale e dei suoi operatori nel sistema medico ufficiale (“moderno”, “scientifico”, “cosmopolita”, o come lo si voglia definire). Mi fu subito richiesto di presentare, a una riunione con l’équipe maliana, un modello teorico di valutazione dell’efficacia della medicina tradizionale, cosa che feci con grande convinzione, visto che ci stavo lavorando da un paio d’anni, testandolo e dibattendolo in vari contesti. Alla fine della mia presentazione, in cui illustravo i diversi livelli di efficacia terapeutica (tecnica, sociale, psicologica) di cui una corretta valutazione dovrebbe tener conto, per non essere ottusamente medicocentrica, intervenne Ramata, una psicopatologa maliana che aveva studiato in Francia, brillante e sempre (spesso a ragione) molto polemica. Ramata mi chiese: “Ok, noi valutiamo i guaritori da tutti questi punti di vista, e mi pare un buon inizio. Ma chi valuta medici e infermieri che dovranno collaborare con i terapeuti tradizionali?”.

Rimasi spiazzato, ma la domanda era pertinente, e poneva, in modo chiaro, il problema “politico” della valutazione: chi ha il potere, valuta; chi non ce l’ha, non valuta, e meno che meno può aspirare a valutare il valutatore.

Il problema del peso del potere nel processo valutativo (dalla decisione iniziale di valutare fino a quella – finale – di quali informazioni emerse dalla valutazione comunicare, a chi e attraverso quali strumenti) rimanda, come è facile capire, al più vasto problema del peso dei fattori extrascientifici nella ricerca scientifica. Questi fattori (spaziale, temporale, di classe, di genere, di desiderabilità sociale, di cortesia, per non citarne che alcuni) sono generalmente ineliminabili, e si intrecciano inoltre, spesso, con il fattore “potere”. Ma il fatto che non si possano eliminare, non implica il fatto di accettare passivamente il loro effetto negativo sulla scientificità della ricerca. E la metodologia della ricerca sociale applicata (campo di cui fa parte la ricerca valutativa) ha elaborato una vasta serie di tecniche destinate a garantire la qualità dei dati raccolti, a prescindere dai fattori extrascientifici in gioco. Ricordiamo, a titolo d’esempio, la triangolazione dei dati, la ricerca attiva di elementi che contraddicano la nostra prima impressione, la restituzione della ricerca accompagnata da focus group. Ma forse, più importante ancora di queste procedure, è la piena consapevolezza, da parte del ricercatore, del ruolo giocato dai diversi fattori extrascientifici nel suo lavoro di indagine, e la loro esplicitazione, perché ne possano essere consapevoli anche i fruitori della ricerca (enti finanziatori, gruppo o categoria sociale obiettivo dell’intervento, portatori di interesse vari). E ciò vale, ovviamente, anche per il fattore extrascientifico che qui ci interessa, e che con gli altri – come si diceva – spesso di intreccia, in modo più o meno subdolo, o manifesto: il potere.

Dire “facciamo valutazione partecipata” non basta, se non vi è il pieno ed effettivo coinvolgimento dei diversi attori e beneficiari in tutte le fasi della ricerca, dalla decisione di valutare al disegno della ricerca, dalla raccolta dei dati alla loro analisi e interpretazione.

Del resto, l’espressione di un giudizio (e proprio in ciò consiste lo scopo di ogni ricerca valutativa), emana sempre da una fonte dotata di autorità, e viene ricondotta dai diversi attori, in qualsiasi caso, all’utilizzo che del giudizio verrà fatto, e da parte di chi. E’ a questo aspetto che i manuali di metodologia della ricerca sociale si riferiscono, quanto parlano del fattore extrascientifico detto “fattore di interesse”. Gli informatori, le persone intervistate e variamente coinvolte nella ricerca, si comportano e rispondono alle domande in funzione dell’idea che si sono fatte sui perché di quell’indagine e sull’uso che dei risultati verrà fatto.

Un esempio può contribuire a chiarire questo aspetto: diversi anni fa, la direzione di un ospedale pediatrico avviò una ricerca sulla soddisfazione degli infermieri nei vari reparti: gli infermieri intervistati mi raccontarono in seguito che le loro risposte erano state fortemente condizionate dalla convinzione che la Direzione dell’Ospedale avrebbe usato dei risultati della ricerca per modificare i turni lavorativi, cosa che nessuno di loro auspicava.

Secondo la Commissione Europea, esistono tre diversi modi di concepire la valutazione: il primo, che risponde ad una logica manageriale, ha come scopo quello di ottimizzare le risorse pubbliche; il secondo, che viene definito democratico, prevede che i risultati siano proposti al dibattito pubblico; ma è solo nella terza prospettiva, che viene generalmente indicata come pluralista, che assistiamo ad un pieno coinvolgimento della pluralità di soggetti interessati.

I manuali di metodologia della ricerca valutativa, prodotti in questi ultimi decenni nell’ambito della cooperazione internazionale e del lavoro sociale, sono ricchi di vignette che ironizzano sulla valutazione frettolosa, calata dall’alto, utile tutt’al più ai finanziatori e ai responsabili di progetto per sapere se i fondi stanziati sono stati spesi in azioni utili al raggiungimento dei fini previsti, in modo efficace ed efficiente. Ma la valutazione non serve solo a chi finanzia e dirige i progetti, o a chi ci lavora; e la partecipazione non può essere solo un espediente per creare consenso. Noi crediamo che sia la terza prospettiva – quella che la C.E. definisce pluralista – a rappresentare la scelta vincente, l’unica in grado di farci crescere insieme.

(R.L.)

 

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