Un gruppo di giovani valuta la sua esperienza di Servizio Civile

Mercoledì 22 giugno si è tenuto a Udine, presso la sede del CSV, l’incontro conclusivo dei giovani che hanno prestato Servizio Civile – fra il 2015 e il 2016 – in varie organizzazioni di volontariato della nostra regione. E’ stata un’occasione per “tirare le fila” di questa esperienza unica e confrontarsi sulle competenze trasversali (le cosiddette life skill) che i giovani ritengono di aver acquisito in quest’anno, grazie al loro impegno all’inteno di un’associazione di volontariato.

Durante l’incontro, Giada Bazzo, una delle giovani volontarie, ha presentato alle sue colleghe i risultati di un percorso di ricerca e riflessione sul tema della sessualità e affettività nella disabilità (un tema che aveva già sollevato grande interesse nel gruppo durante la formazione generale).

Riportiamo, qui di seguito, il testo dell’intervento di Giada Bazzo.

 

Incontro 28 maggio 2016 “Sessualità e affettività nella disabilità”: discussione e confronto di esperienze, idee, pratiche e problematicità tra familiari, operatori e volontari.

Siamo due ragazze che stanno per concludere l‘anno di Servizio Civile presso l’associazione Aitsam Onlus di Pordenone. Attraverso la formazione e l’esperienza che abbiamo fatto “sul campo” ci siamo avvicinate a un tema secondo noi ancora poco dibattuto (ma non per questo marginale): sessualità e disabilità.

Il Centro Servizi Volontariato ci ha dato l’opportunità di approfondire questo argomento, e noi abbiamo deciso di metterci in gioco raccogliendo la proposta di svolgere una ricerca attraverso un Focus Group: una metodologia di ricerca a metà tra l’intervista e la discussione di gruppo. Guidati da delle domande e da alcuni spunti di riflessione, i partecipanti si scambiano idee e opinioni intorno a un tema comune.

L’idea iniziale è stata quella di organizzare due incontri separati per operatori e per familiari, per valorizzare l’esperienza specifica da prospettive diverse. Lo scopo era quello di capire qual è il grado di consapevolezza sul tema, se ci sono già delle riflessioni in merito ed eventualmente quali soluzioni vengono attivate, data l’assenza di linee guida specifiche.

Gli incontri sono stati fissati venerdì 27 maggio dalle 17.30 alle 19.30 per operatori e volontari e sabato 28 dalle 15.00 alle 17.00 per familiari.

L’evento è stato pubblicizzato a partire dal mese precedente sulla pagina facebook dell’associazione, sul sito del CSV Ciesseinforma, attraverso mail ai soci e ai volontari, ad altre associazioni di volontariato e cooperative del territorio che si occupano di disabilità, alla Casa del volontariato di Pordenone e nella biblioteca civica. Il focus group richiedeva la presenza di 8-12 persone, per cui nel volantino è stato specificato di contattarci per confermare la presenza, in modo da organizzarci ed eventualmente programmare un’altra data in caso ci fossero pervenute troppe adesioni.

Le conferme che ci sono giunte sono state davvero scarse, perciò a due giorni prima dell’incontro del 27 abbiamo deciso di accorpare i due appuntamenti. Le persone che ci avevano contattato hanno espresso la preferenza per la data del 28.

Sabato 28 giugno infine si sono presentate 4 persone: una volontaria dell’associazione, un operatore di una cooperativa che si occupa di disabilità grave, un familiare (sorella di una persona con disagio psichico) accompagnato dall’assistente familiare del fratello.

Abbiamo deciso di iniziare presentando degli spezzoni di un film che tratta proprio il tema della sessualità di persone con disabilità. Avevamo preparato delle domande da porre ai partecipanti, ma visto il numero ristretto, abbiamo preferito privilegiare la forma della discussione guidata.

La visione delle scene del film ha suscitato, più che riflessioni generali, un confronto con la situazione e l’esperienza individuale. Proprio perché il gruppo era composto da persone con ruoli molto diversi tra loro, è stato molto difficile guidare la discussione verso considerazioni più ampie che andassero oltre episodi personali. I primi interventi infatti si sono concentrati sul ribadire che la realtà mostrata dal film era completamente diversa dai propri vissuti (sia da parte dei familiari che da parte degli operatori). Interessante è stata l’affermazione di uno dei presenti: “la nostra esperienza non è esportabile”. La conversazione slittava spesso verso temi che riguardavano prettamente la disabilità, oppure la relazione tra affettività e sessualità, anche nel momento in cui cercavamo di invitarli a considerare disabilità e sessualità insieme.

Vorremmo ora riportare alcune risposte alla domanda “cosa manca secondo voi in Italia dal punto di vista istituzionale?”: manca volontà; il tema andrebbe discusso in modo multidisciplinare; per cambiare le cose bisogna lavorare trasversalmente, altrimenti si resta chiusi; educazione affettiva a scuola; manca comprensione; manca parlarne; manca educazione a non avere paura; risposte non ce ne sono; manca interazione e collegamento tra i servizi e i vari soggetti. Visto il numero di partecipanti non possiamo generalizzare queste risposte, ma ci suscitano comunque delle riflessioni. Un grosso problema sembra essere quello della scarsa efficacia dell’educazione all’affettività, alla sessualità e al rispetto. Il tema della sessualità è purtroppo ancora un grande tabù e poche persone sono disposte a parlarne e a rifletterci (il numero ristretto di persone che ha aderito agli incontri ne è un esempio). A maggior ragione è difficile parlare di disabilità e sessualità perché agli occhi di familiari, volontari e operatori i due temi sono inconciliabili, pur riconoscendo l’esistenza di tale bisogno.

Uno degli argomenti che volevamo indagare infine era l’opinione riguardo la figura dell’Assistente sessuale. Le riflessioni si sono orientate verso un’accezione negativa, ritenendo tale ruolo non necessario perché “C’è qualcosa d’altro, “fare esercizio” non basta, l’assistente sessuale è una palestra”.

Quanto detto durante l’incontro e la scarsità di partecipanti ha confermato le nostre precedenti riflessioni: pensiamo infatti sia un gioco a somma negativa in quanto sono due temi nascosti e lontani dal dibattito pubblico.  Spesso questo è l’ultimo dei problemi, come possiamo chiedere di “mettere altra carne al fuoco” a persone già sovraccaricate da così tante responsabilità e impegno emotivo? Per poter davvero affrontare questo dibattito sarebbe forse meglio costruire gli strumenti per pensarlo e poi aprire spazi di confronto per operatori e familiari, dando anche la possibilità alle persone disabili stesse di partecipare a un dibattito che le riguarda (ove possibile) per non togliere ulteriori porzioni di autodeterminazione.

Ritratto di giovane in Servizio Civile

 

 

Giada Bazzo e Valentina Sist
Volontaria in Servizio Civile
Associazione Aitsam, Pordenone

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