Terzo Settore: molte identità e confini fluttuanti

Che il mondo del volontariato – sicuramente non Stato, meno che meno Mercato – si collochi all’interno di quella realtà complessa che siamo oramai soliti definire, da quasi quarant’anni, come Terzo Settore, è cosa certa. Ma cosa intendiamo, quando parliamo di Terzo Settore? Quando e dove nasce questo termine? E chi sono i “vicini di casa”, che “abitano”, insieme alle Organizzazioni di Volontariato, in questo variegato territorio sociale, dai confini “mossi” e dai molteplici profili identitari? (Si pensi solo al fatto che il Censimento Istat del 2011 sulle istituzioni non profit ne contava in Italia oltre 300 mila, classificando come tali associazioni di volontariato, comitati, cooperative sociali, organizzazioni non governative, Fondazioni bancarie, partiti politici, sindacati, enti ecclesiastici, scuole e università private, associazioni di categoria, patronati e altro ancora).

E’ in Europa, a metà degli anni ’70, che il concetto di Terzo Settore (o Terzo Sistema, per usare l’espressione preferita nell’ambito dell’Unione Europea) comincia a trovare impiego: nel 1978, il rapporto Un progetto per l’Europa fa uso di questo termine per definire una realtà concettualmente diversa da Stato e Mercato. In breve, sull’onda della “crisi del welfare”, si moltiplicano le ricerche su questo fronte, oggetto di interesse per discipline economiche e sociali.

Gli studi economici, da un lato, distinguono ormai fra economia pubblica (regolamentata dall’autorità statale), economia privata (dominata dalle idee di scambio contrattuale e di profitto) ed economia civile (retta, quest’ultima, dal principio di reciprocità e in cui circola un capitale di natura prevalentemente sociale e dei beni di tipo relazionale).  L’economia si interroga sul contributo che il Terzo Settore offre all’economia generale di un Paese, soprattutto per quando concerne i servizi di cura alla fasce più deboli della popolazione, e analizza le fonti di finanziamento delle organizzazioni non profit, associazioni senza fini di lucro.

Le scienze sociali, dal canto loro, si interrogano sugli aspetti motivazionali e valoriali dell’agire volontario nelle diverse realtà del Terzo Settore, evidenziando l’aspetto altruistico delle relazioni che vi si instaurano.

Se è vero che, nelle diverse discipline, il termine Terzo Settore è impiegato per indicare pratiche e soggetti organizzativi di natura privata ma volti alla produzione di beni e servizi con finalità sociali e collettive, non vi è, tra gli studiosi, un comune accordo su quali organizzazioni o gruppi rappresentino il Terzo Settore. I problemi di classificazione, in quest’ambito, sono sotto gli occhi di tutti, al punto che il “Redattore Sociale” ha pubblicato, la settimana scorsa, un articolo da titolo significativo: Non profit, terzo settore, volontariato.. che confusione! Una guida per capire (15 luglio 2014). Mentre molti autori considerano equivalenti le due espressioni “Terzo Settore”, e “non profit”, per Renato Frisanco, ricorda il “Redattore Sociale”, è possibile un punto di vista diverso, “per cui il non profit è la definizione più ampia, all’interno della quale è possibile individuare le organizzazione di terzo settore, dentro le quali a loro volta si possono evidenziare le organizzazioni di volontariato”.

Se per essere “non profit” è sufficiente che l’organizzazione abbia natura privata e non preveda distribuzione degli utili, l’organizzazione in questione sarà anche di “terzo settore” se le cariche interne sono elettive (principio di democrazia partecipativa) e agisce in termini di solidarietà sociale. Infine, fra queste associazioni “non profit” e di “terzo settore”, definiremo “di volontariato” quelle organizzazioni che operano sulla base del requisito peculiare della non rimuneratività degli aderenti (principio della gratuità).

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