IL PROBLEMA DELLA VALUTAZIONE NEL VOLONTARIATO (3): ERRORI DI METODO

La recente pubblicazione su “Redattore Sociale” di un articolo dedicato alle divergenti stime numeriche sulla presenza del volontariato nella società italiana e nel resto d’Europa, ci offre lo spunto per proseguire negli approfondimenti avviati sul problema della valutazione nel volontariato. Sulla base dei clamorosi errori di valutazione denunciati dall’articolo apparso su “Redattore Sociale”, questo contributo illustra alcuni aspetti fondamentali della ricerca sociale.
Riprendiamo, in questo articolo, il tema della valutazione nel volontariato, descrivendo brevemente quelli che sono i passi fondamentali di una ricerca (abbiamo già ricordato, nei precedenti approfondimenti, come la valutazione costituisca in effetti uno specifico tipo di ricerca sociale). Uno studio metodologicamente ben fondato offre garanzie di scientificità che, come vedremo, sono spesso trascurate anche da parte di istituti di ricerca molto quotati.

Lo spunto per questo nuovo approfondimento ci è offerto da un articolo pubblicato alcuni giorni or sono sulle pagine del “Redattore Sociale” (15 luglio 2014), e intitolato Si fa presto a dire volontari. Ma nessuno sa davvero chi e quanti sono. Articolo da cui emergono con chiarezza le difficoltà che si possono incontrare quando vogliamo valutare con precisione il numero dei volontari che operano all’interno di una più o meno vasta comunità.

Al seminario Miseria e nobiltà, organizzato di recente a Roma da “Redattore Sociale”, Renato Frisanco, ricercatore della Fondazione Roma-Terzo settore, ha presentato una relazione sulle difficoltà che molti Istituti di ricerca incontrano nel valutare la presenza del volontariato in una determinata area geografica.

Quanti sono, ad esempio, i volontari attivi in Italia? “C’è chi dice che sono quattro milioni”, leggiamo nel citato articolo, “ma altri arrivano a sette e qualcuno si spinge oltre fino a contarne tredici. Tre volte tanto. Lavoro difficile, quello di contare le persone che nel nostro paese fanno volontariato: ci ha provato l’Istat, ci ha provato il Censis, ci hanno provato nel corso degli anni moltissimi istituti di ricerca (Doxa, Abacus, Eurisko) ma il risultato molto spesso non è stato dei migliori”.

Queste difficoltà sono legate ad alcuni aspetti della metodologia della ricerca, che non devono mai essere trascurati o sottovalutati, e su cui varrà dunque la pena riflettere, aiutati, in ciò, anche dal citato articolo.

Secondo il testo, che riporta le considerazioni Frisanco, sono diverse le ragioni che possono spiegare queste valutazioni divergenti: fra queste, la “difficoltà di definire con precisione il ruolo e le caratteristiche del volontario (sembra una cosa facile, ma in effetti non lo è), ma colpa anche degli errori, talvolta grossolani, attuati dai ricercatori che fra campioni sbagliati e vere e proprie follie statistiche ci hanno più volte messo del loro. Morale della favola: in ogni caso, ma a maggior ragione quando parlate di volontariato e più in generale del mondo non profit, non fidatevi dei numeri, che non parlano mai da soli e comunque vanno studiati, valutati, capiti e interpretati”.
Ogni ricerca metodologicamente ben fondata deve aprirsi, in effetti, con una definizione precisa dei concetti in gioco e del problema conoscitivo a cui si intende dare risposte. Buona parte del problema, sottolinea l’articolo, sta proprio nella grande confusione lessicale che sia i mezzi di comunicazione sia gli istituti di ricerca contribuiscono ad alimentare. L’ultimo esempio, a suo modo eclatante, l’hanno fornito quei media che hanno presentato come volontariato l’impegno che Silvio Berlusconi affronta presso la struttura per malati di Alzheimer di Cesano Boscone, cioè quella che è a tutti gli effetti una misura alternativa alla detenzione. Un’esperienza dai molti significati, ma che certamente volontaria non è”.

In effetti, se definiamo volontario chi si fa carico in modo gratuito di qualcun altro o di un qualcosa che è un bene comune, ponendo dunque un accento di rilevanza sugli aspetti della gratuità e della solidarietà, non possiamo definire correttamente volontari né i giovani in servizio civile volontario, né i cooperanti impiegati nei progetti di cooperazione internazionale, dato che entrambe queste figure percepiscono un compenso, piccolo o grande che sia.

Le stime del numero di volontari ballano anche in Europa, e per la stessa ragione di fondo: “in occasione dell’anno europeo del volontariato (2011) sono stati organizzati molti convegni di confronto delle esperienze internazionali: in Germania si è parlato di 30 milioni di volontari, in Francia di 14 milioni, in Svezia di 10 milioni (cioè del 53% della popolazione), salvo poi constatare che nella cifra erano compresi anche gli iscritti ai partiti politici o ai sindacati, o che nell’Europa del nord è considerato volontariato anche l’aiuto ai genitori anziani, che invece nel sud Europa viene considerato sostegno primario familiare”.

Una definizione approssimativa di cosa si debba intendere con la parola volontario, la pluralità di significati attribuiti al concetto di volontariato che variano da ricerca a ricerca, una mancata delimitazione dell’ambito di ricerca in termini sociali, geografici e temporali, sono errori metodologici che inficiano spesso anche ricerche che si vorrebbero scientifiche.

In assenza di una rigorosa metodologia della ricerca, come sottolinea l’articolo di “Redattore Sociale”, capire il numero effettivo di quanti fanno vero volontariato è evidentemente complesso: “tutti i principali istituti di ricerca se ne sono occupati ma lo hanno fatto senza condividere un metodo, una delimitazione di campo e una definizione. Il dato che Frisanco ritiene più vicino alla realtà è quello di Istat Multiscopo 2010, per cui ha fatto volontariato (riferimento temporale gli ultimi 12 mesi) il 10% dei cittadini almeno 14enni, cioè poco più di sei milioni di persone (campione statistico di 24 mila famiglie, rappresentatività territoriale basata su 900 comuni). Va però detto che nella Multiscopo sono considerati volontari anche i donatori di sangue (che normalmente non sono considerati tali) e anche coloro che rivestono cariche sociali non remunerate in organizzazioni di vario tipo. Insomma, anche questi numeri vanno presi con le pinze”.

Dopo la definizione precisa dei concetti e dell’ambito d’indagine, un passo ulteriore (e non privo di rischi) consiste nella scelta di un campione rappresentativo. Anche su questo fronte, secondo Frisanco, le valutazioni oggi disponibili sulla presenza di volontari nella nostra società sono tutt’altro che attendibili. Alle difficoltà sopra ricordate, infatti “si aggiungono gli errori eclatanti, come quello del Censis, che basandosi su un semplice sondaggio telefonico a 500 cittadini laziali e 800 di altre regioni operava, partendo da dati non statisticamente rappresentativi della popolazione, una banalissima proiezione arrivando alla cifra di oltre 13 milioni di volontari attivi in Italia (2009)”. “Roba da dilettanti della statistica”, per una ricerca che Frisanco bolla come statistica-spettacolo, “un caso in cui al rigore scientifico vengono sopravanzate altre considerazioni di carattere opportunistico, come l’eco mediatica che un dato così roboante è capace di garantire”.

Emerge, in queste considerazioni di Frisanco, un ulteriore, ben noto problema di metodologia della ricerca: il peso determinante, cioè, dei fattori extrascientifici sui risultati della ricerca stessa. Questi aspetti (fattore temporale, spaziale, di genere, di classe, di convenienza, desiderabilità sociale e via dicendo) sono sempre in agguato, e condizionano pesantemente i risultati di ogni indagine, a meno che il ricercatore non prenda coscienza di questi fattori, rendendoli espliciti e mettendo in atto quelle cautele metodologiche (generalmente classificate sotto la voce tecniche di controllo della qualità dei dati) che sole garantiscono un contenimento dei pregiudizi e delle aspettative nutrite dal ricercatore sugli esiti della ricerca.

Sulla base di queste considerazioni, proponiamo qui di seguito uno schema che illustra le fasi fondamentali attraverso le quali dovrebbe muoversi uno studio metodologicamente ben fondato, per evitare – nel limite del possibile – gli errori madornali denunciati da Frisanco. Ogni ricerca, infatti, prevede una serie di tappe, logicamente concatenate, anche se nella pratica la loro successione può essere in parte modificata (alcuni passi rimangono tuttavia prioritari e preliminari rispetto ad altri). Il rispetto di queste fasi e l’adozione di una serie di semplici ma necessarie cautele metodologiche garantirà alla nostra ricerca sociale quelle caratteristiche di scientificità che altrimenti, come abbiamo visto, possono così facilmente venire a mancare.

DEFINIZIONE DEI CONCETTI E DEL PROBLEMA CONOSCITIVO

ESPLICITAZIONE DELLE IPOTESI SCIENTIFICHE

ESPLICITAZIONE DEI CONDIZIONAMENTI EXTRASCIENTIFICI

SCELTA/DELIMITAZIONE DELL’AMBITO (spazio, tempo, dimensione sociale)

POPOLAZIONE E CAMPIONE

SCELTA DELLE VARIABILI E DEGLI INDICATORI


FORMAZIONE DI RICERCATORI, INTERVISTATORI, INTERPRETI

RACCOLTA DEI DATI (spoglio di dati esistenti o rilevamento, con produzione di dati nuovi)

CONTROLLO DELLA QUALITA’ DEI DATI RACCOLTI (triangolazione, restituzione della ricerca, ecc.)

TRATTAMENTO DEI DATI

ESPOSIZIONE DEI DATI (verbale, cartografica, tabellare, visuale, ecc.)

Ricordiamo che, sul tema della ricerca valutativa, il CSV FVG conta di realizzare, a breve, un percorso formativo per le associazioni, che coniugherà ai necessari aspetti teorici una vasta gamma di esempi pratici e di facili strumenti operativi, per valutare progetti e qualità dei servizi offerti.

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