“Piovono mucche”: il corpo disabile come protagonista

Riceviamo, da due giovani in Servizio Civile, una scheda su “Piovono mucche”, film che ci parla di obiezione di coscienza, servizio civile e – soprattutto – di disabilità. Riteniamo utile pubblicarla per la ricchezza di spunti che la storia narrata (e l’attenta lettura che ne offrono le due volontarie) propone. 

Paese di produzione: Italia – Anno: 2002 – Durata: 90’ – Genere: Commedia – Drammatico – Regia: Luca Vendruscolo (ha svolto servizio come obiettore di coscienza nella comunità Capodarco di Roma) –

Nel 1995 Matteo, viene assegnato alla Comunità Ismaele di Roma per svolgere l’anno di Servizio Civile. L’impatto con la realtà della vita nella comunità è quasi traumatizzante, e il film ci accompagna nella crescita personale del protagonista mentre affronta le difficoltà di giorno in giorno: la carenza di personale, la condivisione delle esperienze con altri ragazzi obiettori, la relazione e la reazione con la disabilità…

Il titolo “Piovono Mucche” rimanda anche alla “pesantezza” del corpo disabile: è la frase che sentiamo pronunciare da uno degli obiettori nel dormiveglia quando come ogni notte uno degli ospiti della Comunità, Franco (detto Francone) cade dal letto con un gran tonfo. Nella scena precedente infatti i ragazzi cercano di convincere Franco ad accettare che gli venga installata una sponda al letto per evitare che si ripeta la rituale caduta notturna; nonostante lo implorino per non essere svegliati l’ennesima volta, l’uomo non accetta quello strumento contenitivo. Franco è protagonista di molti altri episodi, tra cui un’abbuffata di frutta. In mensa gli viene negata una razione extra di arance e l’obiettore Corrado ritenendo di fare cosa gradita gli fornisce un’intera cassetta di frutta, non sapendo che questo porterà ad un aggravamento della sua ulcera. Una comunicazione circolare tra tutti gli operatori gli avrebbe forse salvato la vita? Come si può pensare di aiutare le persone senza conoscere la loro storia?

Con il personaggio di Franco vediamo i giovani obiettori messi di fronte a dei dilemmi che spesso devono affrontare molti operatori: fino a che punto rispettare la libertà degli ospiti? Vanno rispettate e messe in atto anche scelte che potrebbero portare a conseguenze negative? Quali meccanismi gli operatori potrebbero mettere in atto al fine di evitare di ricorrere alla costrizione e allo stesso tempo affrontare nel modo più corretto le richieste nocive? Questo stesso dilemma viene riproposto anche con il personaggio di Renato (criminale paralizzato dal collo in giù dopo un incidente in auto) che rischia di morire di overdose da eroina perché aiutato da Corrado a incontrare lo spacciatore. È proprio Corrado ad affermare, qualche scena prima, “Noi siamo qui per renderli liberi”.

Renato è anche protagonista di un confronto particolarmente significativo con il nuovo arrivato Matteo. Dal loro dialogo emergono alcuni temi che riguardano le dinamiche di potere che affiorano nella relazione tra operatore e ospite. Renato racconta che uscito di prigione una zingara gli prevede che sarà ricco e potente e circondato da molte persone, e mentre dà ordini a Matteo vediamo che effettivamente è così. Matteo ribatte «ma non sei libero […] tu non sei libero, sei costretto a stare qui con me» aggiungendo che senza un operatore non è in grado di mangiare, lavarsi, bere, andare in bagno… e Franco ribatte «io faccio quel cazzo che voglio» intimandogli di andarsene e provare a vedere cosa succede se gli nega l’assistenza. Matteo lo lascia solo per qualche minuto e dopo un po’ di indecisione Matteo rientra sapendo benissimo che non può non ritornare nella stanza. Renato allora ribadisce «voi siete le mie gambe e le mie braccia, la testa sono io, ricorda». Come in altre scene, si evidenzia anche l’ambiguità insita nei rapporti di cura: chi ha il vero controllo della situazione? Che tipo di tutela possono avere gli operatori? Come rapportarsi con utenti che portano con se forti difficoltà, talvolta anche molto difficili da gestire?

Altro tema importante che spicca nel film è quello della sessualità, che incontriamo in due scene tra operatori e ospiti, e che si inserisce nel più ampio contesto di vicinanza fisica tra i personaggi. Il primo episodio riguarda uno degli obiettori e una utente che in clima di gioco e di passione si lasciano trasportare dalle emozioni e trasformano il rito della preparazione per la notte in un rapporto sessuale, tanto da ignorare la presenza della volontaria, compagna di stanza. La volontaria sembra più seccata dal fatto di essere stata svegliata che dall’atto in sé. Tutto ciò accade con tanta naturalezza ma ci domandiamo se sia giusto o sbagliato, e ci chiediamo se oggi può essere un comportamento accettabile (nel momento in cui c’è consensualità), dato che si tratta pur sempre di una relazione di cura. Se la loro fosse una relazione d’amore, sarebbe considerato più “ammissibile”? Questo ci porta alla seconda scena di sessualità, inserita questa volta in una relazione che ci sembra amorosa. Dopo una serie di flirt, anche Matteo e Beatrice passano al piano fisico: la scena si volge nella camera da letto della ragazza. Interessante è notare come nell’impeto della passione i pezzi della carrozzina vengono smontati e gettati insieme ai vestiti come se fossero solo un altro strato da togliere, evidenziando come la “disabilità” della persona sia imprescindibile da ogni gesto ma possa anche essere accettata con naturalezza anche in momenti così intimi.

Il pregio di questo film è che ci mostra la quotidianità e la vita in comunità senza fronzoli e abbellimenti, così com’è e non distogliendo lo sguardo dalla fisicità dei corpi disabili, troppe volte ignorata e lasciata in un angolo, perché vista come l’ennesimo problema anziché parte imprescindibile delle persone.

Di: Giada BAZZO e Valentina SIST

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