Lotta allo sfruttamento dei minori ed alla pornografia minorile. Lodevoli intenti tradotti in discutibili soluzioni

minori

avv. Antonio De Pauli,
consulente legale CSV. –

 

In esecuzione alla Legge Delega n. 96 del 6 agosto 2013, con la quale il Parlamento aveva demandato all’Esecutivo l’emanazione di norme per il recepimento delle direttive Europee e degli altri atti dell’Unione Europea, il Governo ha predisposto il decreto legislativo n. 39 di data 4 marzo 2014, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il giorno 22 marzo 2014 e destinato ad entrare in vigore il prossimo 6 aprile 2014.

Il decreto è destinato a dare attuazione, nel nostro ordinamento, alla Direttiva 2011/93 dell’Unione Europea, dettata in materia di lotta avverso all’abuso ed allo sfruttamento sessuale dei minori nonché al fine di reprimere la pornografia minorile.

Il legislatore italiano, pertanto, è intervenuto al fine di uniformare le nostre leggi ai principi sanciti dall’Unione e recepiti negli altri Paesi membri.

In poche e semplici parole le nuove norme, ed in particolare l’articolo 1 del decreto legislativo n. 39, apportano alcune modifiche al Codice Penale ed al Codice di Procedura Penale, prevedendo nuove circostanze aggravanti specifiche, che a loro volta comportano l’irrogazione di pene più severe.

Sino a qui non vi sarebbe nulla da dire in ordine all’operato del legislatore italiano, il quale peraltro si è trovato solamente a dover recepire dei principi già stabiliti in sede europea.

Grosse perplessità desta invece il successivo articolo 2 del più volte citato decreto legislativo, il quale testualmente dispone che “il certificato penale del casellario giudiziale di cui all’art. 25 (del decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002, n. 313) deve essere richiesto dal soggetto che intenda impiegare al lavoro una persona per lo svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori, al fine di verificare l’esistenza di condanne per taluno dei reati di cui agli articoli 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quinquies e 609 undecies del codice penale, ovvero l’irrogazione di sanzioni interdittive all’esercizio di attività che comportino contatti diretti e regolari con i minori”.

Solo per completezza, i reati citati dalla norma in riferimento agli articoli del codice penale che li prevedono e puniscono sono il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione minorile; la realizzazione, il commercio, la divulgazione e l’utilizzo della pornografia minorile, anche a mezzo di immagini virtuali; l’organizzazione del turismo sessuale diretto allo sfruttamento della prostituzione minorile; l’adescamento di minorenni.

Le sanzioni interdittive, invece, sono rappresentate dalle pene accessorie introdotte nel nostro codice penale, all’art. 600 septies, dall’art. 4, comma 1, lett. M) della legge n. 172 del 1° ottobre 2012, di ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, sottoscritta a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Esse vanno dalla perdita della potestà genitoriale all’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché da ogni ufficio o servizio in istituzioni o strutture pubbliche o private frequentate abitualmente da minori.

Nel criticare la norma sopra citata non si vuol in alcun modo negare l’atrocità dei reati ora elencati, né la necessità di combatterli e reprimerli nel modo più duro e puntuale.

Ciò che si mette invece in dubbio è la bontà della legge come uscita dalla penna del legislatore.

Prima di analizzarla, bisogna doverosamente premettere che, non essendo essa ancora entrata in vigore, non è possibile avere la certezza di come verrà interpretata ed applicata.

Peraltro, essendo scritta in maniera molto chiara – evento più unico che raro nell’ambito della legislazione italiana – consente un giudizio prognostico ad alto tasso di attendibilità. Non è un caso che molti se ne siano già occupati nei giorni scorsi, fornendo tutti le medesime spiegazioni.

Il primo quesito da porsi riguarda i soggetti destinatari dell’obbligo di richiedere il certificato. Sebbene il titolo dell’articolo sia “Certificato penale del casellario giudiziale richiesto dal datore di lavoro”, esso non è destinato esclusivamente ai titolari di rapporti di lavoro dipendente, bensì a qualsiasi soggetto che intenda impiegare un’altra persona. Né è necessario che si tratti di impiego retribuito, in quanto la legge testualmente prevede la sua applicazione anche ad “attività volontarie organizzate”.

Questa locuzione, ripresa letteralmente dal testo dell’articolo, può avere un’unica interpretazione: essa ricomprende tra i suoi destinatari tutti i soggetti del terzo settore, siano essi associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato, onlus e, soprattutto, società sportive dilettantistiche.

In altre parole, a partire dal 6 aprile 2014 qualsiasi associazione di volontariato impieghi delle persone in attività organizzate che comportino un contatto diretto e regolare con minori d’età, è obbligata a richiedere a tali persone il certificato penale del casellario giudiziale.

In caso di mancato rispetto di tale obbligo è prevista una sanzione amministrativa a carico del datore di lavoro stabilita in una somma compresa tra € 10.000,00 ed € 15.000,00.

A livello pratico, il certificato penale del casellario giudiziale può essere richiesto all’apposito ufficio istituito presso ogni Procura della Repubblica, indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza del richiedente.

Esistono varie “tipologie” di certificati del casellario, e si sarebbe potuto auspicare che il legislatore optasse per quelli esenti da imposta di bollo, ovvero creasse una nuova fattispecie.

Purtroppo né l’una né l’altra delle due semplici ipotesi ora avanzate ha trovato breccia nelle menti degli estensori della norma, che si sono limitati a fare riferimento al “certificato penale del casellario” il cui costo, ad oggi, è pari ad € 16,00 + 3,54, e la cui durata è pari a sei mesi.

L’attuale formulazione della norma, pertanto, pone a carico dei volontari ovvero delle associazioni, un onere pesante: ogni sei mesi, infatti, sarà necessario spendere € 20 per ciascun volontario da impiegare in attività con i minori.

Non basta: tra la data di pubblicazione del provvedimento e la sua entrata in vigore vi sono solamente quattordici giorni, nel corso dei quali le associazioni, così come le imprese, gli enti pubblici, etc. avrebbero dovuto acquisire i certificati del casellario dei propri collaboratori.

Chiunque abbia anche poca dimestichezza con gli uffici giudiziari sa perfettamente che siamo nel campo dell’utopia più spinta.

La norma ha scatenato reazioni importanti in tutto il mondo del volontariato, ed in particolare tra le società sportive dilettantistiche che, impiegando molte persone nei propri settori giovanili, risultano tra i soggetti più colpiti.

Va segnalato in tal senso l’intervento dell’on. Edoardo Patriarca, Presidente del Centro Nazionale del Volontariato.

Nel precisare che, nella sua veste di parlamentare si sarebbe attivato con un’interrogazione presso la Camera di appartenenza, il deputato ha dichiarato: “Combattere con fermezza la pedofilia è assolutamente prioritario. Ma la norma che prevede il certificato penale del casellario giudiziale per coloro che operano con i minori è da rivedere. Poca chiarezza, molti nodi da sciogliere e poco tempo a disposizione. Ci sono ancora molti punti incomprensibili, a  partire dalla scadenza del 6 aprile. Non è infatti chiaro se quello è davvero il termine per la consegna dei certificati. L’eccesso di burocrazia rischia di abbattersi pesantemente sulle attività delle associazioni e di creare il collasso nelle cancellerie dei tribunali, che si troverebbero sommerse da centinaia di migliaia di richieste, da evadere in tempo reale”.

Ancora più incisivo risulta l’intervento promosso da un altro deputato, l’on. Filippo Fossati, promotore dell’intergruppo parlamentare sullo sport, e sostenuto da altri dieci parlamentari. Gli undici onorevoli hanno indirizzato, il giorno 2 aprile 2014, una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri con la quale hanno richiesto di “accordare una proroga per il possesso del certificato penale e di valutare l’esenzione delle associazioni no profit dal pagamento di bolli e diritti su una certificazione semestrale che viene loro imposta dallo Stato”.

Nella lettera si legge ancora che “decine di migliaia di associazioni, che mobilitano centinaia di migliaia di operatori tecnici e volontari che lavorano nell’avviamento allo sport e nella specializzazione sportiva con i minori, sarebbero impossibilitate materialmente ad ottemperare ad un obbligo di cui nessuno ha dato loro notizia, con l’effetto di inondare di richieste i casellari e rischiare di incorrere in pesanti sanzioni”.

In conclusione, ad oggi la legge prevede l’obbligo di acquisire il certificato del casellario e punisce il mancato rispetto con una sanzione pecuniaria molto elevata. Nei prossimi giorni è lecito attendersi qualche intervento normativo, che potrà comportare una posticipazione dell’entrata i vigore della norma, ritenuta da tutti indispensabile, ovvero la creazione di una nuova tipologia di certificato del casellario, per non gravare di costi le associazioni per due volte all’anno.

Avremmo così lodevoli intenti tradotti in buone soluzioni.

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