IL PROBLEMA DELLA VALUTAZIONE NEL VOLONTARIATO: (1) I PROGETTI

Le OdV incontrano ancora oggi grosse difficoltà nel mettere in atto meccanismi di valutazione delle proprie attività. Ma cosa si intende per valutazione? Quali sono i criteri sulla base dei quali è possibile valutare un progetto? Quali sono le fasi progettuali in cui è opportuno avviare una ricerca valutativa? E quali vantaggi, infine, offre questo specifico tipo di ricerca sociale applicata? L’articolo affronta questi diversi aspetti del problema, e vuole essere uno stimolo per l’avvio di una pratica ancora poco familiare nel mondo del volontariato.

Nello stabilire le priorità formative per l’anno in corso, la nostra Regione ha voluto porre un accento di rilevanza sul tema della valutazione.

Il bando F “Formare per accompagnare” (pubblicato dal CSV FVG il 9 aprile 2014, su precisa intenzione del Comitato Regionale del Volontariato e finanziato integralmente dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Assessorato alla cultura, sport e solidarietà – servizio volontariato, associazionismo, rapporti con i migranti e politiche giovanili), ha inserito dunque, fra i temi di formazione destinata ai volontari su aspetti specifici rispondenti ad una necessità di aggiornamento e miglioramento della qualità dei servizi svolti, quello dedicato a “Tecniche e metodi di valutazione”.

La scarsa risposta delle associazioni su questo tema, evidente alla chiusura del Bando F, avvenuta a fine maggio, è un segnale delle difficoltà che le OdV incontrano ancora oggi nel mettere in atto meccanismi di valutazione delle proprie attività, siano queste progetti o servizi offerti alla popolazione.

Ci sembra quindi opportuno offrire degli approfondimenti su questo tema, al fine di sensibilizzare le OdV e fornire elementi utili alla riflessione sui diversi aspetti della valutazione. A questo contributo, dedicato in particolare alla valutazione di progetti, seguirà a breve un articolo dedicato alla valutazione della qualità dei servizi.

E’ bene partire, naturalmente, da una definizione precisa del concetto di valutazione. Cosa intendiamo, in effetti, con questo termine? Di che si tratta, esattamente?

La valutazione è un confronto fra un oggetto di interesse e uno standard di accettabilità. Questo confronto porta alla formulazione di un giudizio su un intervento, in relazione a criteri espliciti e sulla base di informazioni raccolte ed analizzate secondo tecniche specifiche di rilevazione e analisi dei dati.

Si tratta dunque di una ricerca sociale applicata, rigorosa e metodologicamente fondata, condotta su attività che mirano a introdurre cambiamenti positivi nella vita di singole persone o gruppi sociali. E poiché si tratta di una forma di ricerca applicata, le conclusioni dovranno portare a decisioni concrete. Queste decisioni possono riguardare il finanziamento o il rifinanziamento di un progetto, la sua fattibilità, gli aggiustamenti necessari per far fronte a difficoltà incontrate nel corso delle azioni, la riproposta di un intervento in contesti socio-culturali diversi, ecc.

Per chiarire la relazione fra valutazione e ricerca valutativa, diremo che la valutazione, intesa come giudizio, rappresenta lo scopo, mentre la ricerca valutativa è lo strumento di cui ci si avvale per poter formulare un giudizio rigoroso.

Nella valutazione di un progetto, lo standard di accettabilità definisce quando, e in quale misura, un cambiamento auspicato si sia realizzato. Ma la definizione dello standard di accettabilità è una faccenda complessa, con ampi margini di discrezionalità. Si possono utilizzare, in effetti, diversi tipi di standard:
– arbitrario
– scientifico
– storico
– normativo
– oppure uno standard basato su un compromesso fra tipi diversi.

Qualche esempio concreto ci aiuterà a capire meglio.

Supponiamo di dover valutare un progetto che aveva, fra gli obiettivi specifici, quello di contrastare la violenza in una determinata comunità, o il bere eccessivo all’interno di una categoria di lavoratori.

La scelta di uno standard di accettabilità arbitrario, potrebbe far riferimento a quella che è la percezione locale, soggettiva, culturalmente determinata (emic, per usare un termine caro all’antropologia americana), di violenza, o di bere eccessivo. Se il vantaggio di questo tipo di standard consiste nel “parlare la lingua” del gruppo oggetto dell’intervento, utilizzando le sue categorie mentali, i suoi modelli di percezione e di valore, è vero però che l’adozione di uno standard arbitrario rappresenta un ostacolo insormontabile nella comparazione di studi valutativi eseguiti in contesti storici o socioculturali diversi.

Lo standard scientifico, facendo riferimento a una definizione (della violenza, o del bere eccessivo, nel nostro esempio) universalmente valida (indipendente dallo specifico contesto culturale, basata su indicatori oggettivi e quindi su un approccio etic, per riprendere la nota contrapposizione emic/etic), garantisce la vasta comparazione ma si rivela culturalmente sordo, insensibile alla specificità dei contesti in cui si opera.

Il ricorso a considerazioni storiche o a definizioni giuridiche di un determinato fenomeno offre ulteriori alternative, così come è possibile optare per uno standard che risulti dalla fusione di criteri diversi.

Una volta stabilito lo standard di riferimento, i criteri in base ai quali si formula il giudizio possono essere vari, e generalmente si fa uso di un grappolo di criteri, come ad esempio
– rilevanza
– coerenza
– utilità (produzione di effetti che rispondono a problemi esistenti)
– efficacia (produzione degli effetti desiderati)
– efficienza (capacità di raggiungere i risultati desiderati con la minima allocazione di risorse)
– equità (dimensione valoriale della ricerca valutativa, che tiene presente l’interesse collettivo)
– sostenibilità sociale e ambientale, ecc.

I dati raccolti (mediante tecniche di rilevazione che possono essere quantitative, qualitative o quali-quantitative), messi a confronto con lo standard di accettabilità per cui si è optato, permettono così di formulare un giudizio. Ma qual è l’oggetto della valutazione? Il giudizio è portato, in generale, su un’azione intenzionale, tesa a incidere sulla realtà esterna, mediante strumenti e risorse specifici, ed esplicitamente a ciò destinati.

Le azioni intenzionali, oggetto della valutazione, si collocano a diversi livelli di scala, dal più vasto a quello più circoscritto. Potranno così essere valutate:

– Politiche (insiemi di misure e programmi che condividono uno stesso obiettivo generale e sono destinati a fasce di popolazione)
– Programmi (insiemi coordinati di progetti con obiettivi definiti, realizzati in un tempo definito e con risorse definite)
– Progetti (insiemi definiti di attività, per il conseguimento di obiettivi specifici in un arco di tempo determinato, con risorse determinate e responsabilità precisamente attribuita)
– Servizi (prestazioni continuative, dirette a specifici gruppi di utenti, nell’ambito di strutture organizzate e stabili)
– Interventi sui casi (indirizzati a singoli utenti/beneficiari)

E’ facile intuire che sono questi ultimi tre (progetti, servizi e interventi su casi), i livelli sui quali le associazioni di volontariato sono più spesso chiamate a svolgere attività di valutazione.

Una valutazione può riguardare differenti aspetti:
– la valutazione (o studio) di fattibilità punta ad analizzare, nella fase preparatoria di un progetto, la fattibilità economica, organizzativa, tecnica e culturale dello stesso, valutando gli eventuali fattori che giocano a favore o contro il successo dell’azione da intraprendere;
– la valutazione di processo mira all’identificazione precoce dei problemi che il progetto può incontrare nella sua fase di realizzazione;
– la valutazione d’impatto concerne gli effetti diretti, immediati di un’azione;
– infine, la valutazione di risultato riguarda i rapporti causali fra uno specifico intervento e un problema generale

Poiché lo scopo fondamentale di un progetto è quello di incidere sulla realtà esterna, la valutazione prenderà in considerazione quelli che sono gli esiti della azioni intraprese. In particolare la valutazione può concernere le realizzazioni (output), vale a dire ciò che si è prodotto utilizzando le risorse a disposizione del progetto, oppure i risultati (outcome), i vantaggi, cioè, ottenuti dai beneficiari e i cambiamenti apportati nella situazione in cui si è intervenuti

Perché valutare? I risultati delle nostre azioni, si chiederanno alcuni, non sono già di per sé evidenti, sotto agli occhi di tutti?

Come accennato all’inizio, questo tipo di ricerca sociale applicata risponde a finalità diverse e offre numerosi vantaggi. La ricerca valutativa, infatti:

• offre risposte alle nostre esigenze conoscitive
• aiuta ad acquisire/accrescere le conoscenze sui meccanismi di funzionamento (che cosa ha prodotto gli esiti)
• permette la verifica di ipotesi
• aiuta a comprendere meglio una realtà per intervenire su di essa
• riduce la complessità decisionale attraverso l’analisi degli effetti diretti e indiretti, attesi e non attesi, voluti e non voluti, dell’azione
• aumenta il livello di consapevolezza nelle scelte
• consente un costante aggiornamento
• promuove una sensibilità ai bisogni
• consente di documentare e valutare il proprio operato
• permette di prendere delle decisioni in merito al progetto (continuare, espandere, sospendere, limitare, rifinanziare)
• consente di migliorare un progetto, apportando ad esempio azioni correttive
• promuove processi partecipativi, con il coinvolgimento di singoli individui e della comunità
• aumenta le capacità di apprendimento dei diversi attori sociali coinvolti (empowerment)

Valutare, dunque, per guardare al nostro lavoro con occhi diversi, e per rendere visibile il nostro operato.

 

 

Nessun commento a "IL PROBLEMA DELLA VALUTAZIONE NEL VOLONTARIATO: (1) I PROGETTI"

    Invia una risposta

    Il tuo indirizzo e-mail non sarà visibile al pubblico