Handicap e mondi alla rovescia. Il tema della “normalità” fra antropologia e fantascienza

Il sorriso di Elisabetta_fcdi Roberto LIONETTI.

Il mito del “mondo alla rovescia” è un tema folklorico estremamente diffuso e persistente: l’iconografia egizia, gli antichi testi greci e latini, le stampe popolari, la letteratura orale ci propongono volentieri l’immagine di una realtà speculare alla nostra, dove il rapporto fra i due sessi, la relazione di sfruttamento che l’uomo intrattiene con il mondo animale, i rapporti di classe, le stesse leggi della natura appaiono sovvertiti. In questo mondo bizzarro la selvaggina mette a morte il cacciatore, i topi assediano i gatti, l’uomo fila mentre la donna monta la guardia, e “anco il  villan zappar fa il suo padrone”, come recita la didascalia di una stampa popolare italiana del diciassettesimo secolo [Cocchiara 1963; Babcock 1978].

Il mito del mondo alla rovescia si presenta dunque come una grande utopia popolare, un tema narrativo che in aperta polemica con lo stato delle cose esprime l’aspirazione a un mondo nuovo e più giusto. La pecora che tosa il suo guardiano, il bambino che discute con gli adulti, l’uomo che porta l’asino, la moglie che picchia il marito, testimoniano, attraverso l’impietosa legge del taglione, la consapevolezza che l’ordine sociale si basa in realtà su un rapporto di forze; è l’ordine costituito che fa sembrare logico ciò che, in un diverso rapporto di forze, apparirebbe assurdo.

“Eppure – scrive Cocchiara – anche dietro le bugie o meglio dietro la “verità” delle bugie, si nascondono gli aspetti più dolorosi delle esperienze umane che nel momento stesso della loro negazione non fanno che acquistare maggiore rilievo e realtà stessa. E il mondo alla rovescia diventa la controfigura del mondo che non può essere alla rovescia” [p. 69].

Fra i rovesciamenti operati da questa denuncia – ironica, certo, ma pungente – ritroviamo spesso, nell’iconografia popolare di mezza Europa, l’immagine dello zoppo che porta il sano sulle proprie spalle, e quella del cieco che fa strada a chi ci vede bene. Perché anche il rapporto fra “sano” e “disabile” rimanda – è necessario sottolinearlo? – a precisi rapporti di forza, che si rispecchiano, in questo come in altri campi, nella definizione sociale di “norma” e “devianza”.

E’ proprio questa costruzione sociale della normalità che il tema del mondo alla rovescia mette in discussione, Un libretto popolare italiano, diffusissimo nel Cinquecento, narra di un mondo dove succedono cose strane: là era possibile incontrare “un orbo che guardava un muto che predicava in mare alla campagna”. Fa eco, a questo sonetto, un testo anonimo composto fra il XVI e il XVII secolo, in cui è descritta una scena di caccia davvero singolare:

Cinque compagni un giorno andarno a caccia
Di questi furno, se ben mi ricordo,
Un senza piedi, un muto, un cieco, un sordo
Et un che li mancava ambe le braccia.
E mentre ogn’un di quelli si procaccia
L’un pié dell’altro alla campagna ingordo
Cercando non da pazzo, e da balordo
Ma da buon cacciator che sempre caccia,
Ecco fuor d’un cespuglio appresso un fosso
Quivi una lepre ascosa ferma stava,
Tal che ciascun di lor li corse addosso.
Il sordo prima udí, perché scossava
L’herbe dov’era ascosa la meschina,
E che tacesse ogn’un così accennava.
Il cieco che mirava,
La vide fuggir, facea pensiero
E il muto gridò forte: Cavagliero!

Quando, nel 1963, Giuseppe Cocchiara pubblica Il mondo alla rovescia, sceglie di chiudere il libro con una breve appendice, dove mette in luce alcuni ricorsi di questa tematica in esperienze artistiche del nostro tempo. Il grande folklorista italiano cita un lungo racconto di Arthur Machen, intitolato Il terrore, e il celebre romanzo di G. Orwell, La fattoria degli animali: in entrambi i racconti, gli animali, stanchi delle prepotenze subite, si ribellano all’uomo. E Cocchiara ricorda anche il Cavaliere inesistente di Calvino. Pochi riferimenti, ma quello che gli sta a cuore è dimostrare “la moderna e contemporanea circolarità dotta di una tematica che, pur presentandosi come una costante del pensiero umano, rinasce sempre nuova e fresca nella fantasia dell’umile artigiano come nel pensiero dell’artista”.

Il problema dei possibili rapporti fra norma e devianza – così ricco di implicazioni etiche e sociali – ha focalizzato presto l’attenzione degli antropologi. In un lavoro classico su questo tema, Ruth Benedict scriveva nel 1934: “Fino a qual punto possiamo considerare l’incapacità di essere socialmente efficienti giustificativa di una diagnosi di anormalità, o fino a qual punto è necessario considerarla una funzione della cultura? Di fatto, uno dei dati più sorprendenti che emergono da uno studio di culture molto varie è la facilità con cui funzionano in altre culture i nostri anormali. Non importa quale sia il tipo di “anormalità” scelto per esemplificare, (…) vi sono delle culture descritte a fondo nelle quali questi anormali funzionano con facilità e onorevolmente e apparentemente senza pericoli né difficoltà per la società” [Benedict: 291-292]

Questo tema ha fornito spesso materia di riflessione anche agli scrittori di fantascienza, che volentieri si cimentano con altri possibili “mondi”, dove il gioco del rovesciamento rivela la nostra definizione di normalità per quello che è: una costruzione simbolica, densa di valori ideologici e di conseguenze sociali.

E anche in questo tipo di letteratura, come in quella folklorica cui accennavo, il tema dell’handicap fisico si rivela un’efficace cartina tornasole, in grado di mettere in discussione quelle definizioni di norma, che noi percepiamo in genere come “naturali”, e quindi “inevitabili”.

Nel breve racconto intitolato Il paese dei ciechi, Herbert George Wells (autore, fra l’altro, de La Macchina del Tempo, uno dei capolavori della letteratura di fantascienza, apparso nel 1895) narra di una misteriosa valle montana, completamente segregata dal mondo, che si apre “nella parte più deserta e selvaggia delle Ande ecuadoriane, ad oltre quattrocentocinquanta chilometri da Chimborazo, a centocinquanta dalle nevi di Cotopaxi”. Rimasta isolata dal resto del mondo abitato in seguito a una terribile eruzione vulcanica, questa valle offriva alla gente che ancora vi abitava “tutto ciò che un uomo può desiderare di meglio: acqua dolce, pascoli, un clima uniforme, pendii di terra scura e fertile, con macchioni di un arbusto che produceva un ottimo frutto”.

Ma la narrazione geografica è per Wells un espediente che serve a descrivere non tanto delle terre esotiche, quanto possibili panorami sociali, alternativi a quelli esistenti. La storia narrata ne “Il paese dei ciechi” è quella di una guida alpinistica che, accompagnando una spedizione inglese venuta a scalare montagne in Ecuador, precipita di notte da uno strapiombo; la neve attutisce la caduta, e l’uomo si ritrova, incolume, sull’erba a fondo valle. E’ questo – e la guida lo scoprirà presto – il paese di cui narrano tante leggende.

La gente di quel paradiso terrestre, dal clima mite e dalla terra fertile, vive felice, anche se uno strano male l’ha assalita, dopo l’isolamento, colpendo di cecità tutti i nuovi nati, di padre in figlio. E dopo quindici generazioni, quel mondo è costruito ovviamente a misura di non vedenti: i sentieri sono tutti fiancheggiati da un cordone, e si diramano ordinatamente nelle diverse direzioni. Le case non sono disposte alla rinfusa, come nella maggior parte dei villaggi di montagna, ma perfettamente allineate; non una sola finestra si apre su quei muri, intonacati nei colori più vari e pazzeschi.  Sono i primi segnali di una diversa organizzazione dello spazio vissuto, ma ben presto il nostro protagonista, che si chiama Nunez, incontra alcuni indigeni e ne ha la certezza: quello è il paese dei ciechi di cui ha sentito spesso favoleggiare. Gli torna in mente allora un vecchio proverbio, secondo cui “Tra i ciechi, l’orbo d’un occhio è re”, e rapidamente matura in lui la scelta di fermarsi lì, e prendere la guida di quella popolazione – a suo modo di vedere, è il caso di dirlo – così gravemente handicappata.

Nunez si accorgerà ben presto, e a sue spese, che le cose non vanno come in quell’antico ritornello che gli ronza per la testa, fondato sulla “ovvia” superiorità di chi ha buoni occhi. In quella società di non vedenti, la cultura ideale – la lingua, i valori, la religione, le credenze, la scienza, la stessa definizione di norma e devianza – riflettono quella condizione fisica che lì è la norma, e lo stesso avviene per la cultura materiale – le case, le vie, gli strumenti di lavoro. E in quel mondo Nunez, che aveva covato un sogno di potere in virtù della sua superiorità visiva, scopre ben presto di essere lui il vero handicappato, con tutto ciò che questa condizione implica in termini di emarginazione e di rifiuto. Una donna lo fa innamorare, e per amore egli impara a rispettare e ad amare quel mondo. Ma quel mondo, come il nostro, mal tollera la diversità, e di fronte alla prospettata “normalizzazione” consistente nell’asportazione degli occhi, Nunez decide di fuggire, facendo ritorno al mondo dei vedenti.

L’amore come ponte fra due mondi diversi ritorna in un romanzo di Franco Bomprezzi, pubblicato di recente: La contea dei ruotanti. E anche qui si narra di un amore impossibile, perché impossibile appare la conciliazione fra diversità erette a sistema, norma, parametro di giudizio.

Bomprezzi è un giornalista professionista, alla sua prima opera narrativa; disabile in carrozzella, anche, ma questo non avrebbe molta rilevanza, se non fosse per la straordinaria capacità che ne deriva all’autore di descriverci esperienze, vissuti e particolari della vita quotidiana invisibili agli occhi di noi “camminanti”.

Una delle prime cose che colpiscono in questo romanzo, infatti, è la scoperta delle mille barriere architettoniche del nostro mondo di “normodotati”. Bomprezzi non perde occasione per mappare questi ostacoli, a volte con indignazione, altre con ironia, altre ancora senza quasi farsene accorgere. Noi, i camminanti, mica ci pensiamo, di solito, a quanto il nostro mondo sia costruito a nostra immagine e somiglianza; lo scopriamo di continuo, invece, nelle pagine di questo libro, spesso per contrasto con l’architettura e gli arredamenti di quella Contea della Sacra Ruota, uno dei tanti staterelli nati in un ipotetico futuro dal crollo della Seconda Repubblica e dalla lotta armata di un manipolo di “ruotanti”, guidati dal carismatico leader noto come Giovanni dalle Ruote Nere.

In questa Contea, a differenza del vecchio mondo, non ci sono tappeti nelle case e nei luoghi pubblici, gli interruttori sono bassi, le pulsantiere ergonomiche degli ascensori vengono collocate al centro della parete, e gli specchi sono leggermente inclinati verso il pavimento. Le trattorie hanno lunghe tavolate di legno massiccio, ma senza sedie attorno, per lasciare libera circolazione alle carrozzine, e tutto – dal bancone del vivandiere che espone i piatti del giorno alla cassa dove si effettua il pagamento – tutto lì è ad altezza di carrozzina. Nel Duomo, l’ampia navata centrale è interamente sgombra, con delle mattonelle sul pavimento che segnano i posti riservati alle carrozzine, e persino l’altare è completamente aperto sotto il ripiano, in modo da consentire al sacerdote sulla sedia a rotelle di muoversi senza intralci. E agli studenti che protestano, il Conte Giovanni dalle Ruote Nere rimprovera: “Non vi ricordate più che neppure i letti degli ospedali erano accessibili per chi vive in carrozzina, perché bisognava saltare come grilli per appollaiarsi su un materasso scomodo e stretto, pensato solo per non far piegare la schiena a medici e infermieri? Non vi ricordate più che perfino i Bancomat venivano collocati alti e irraggiungibili, tanto chi se ne importava dei disabili e delle loro esigenze di libertà? Vi siete dimenticati le aule strette, le scale ripide, gli ascensori guasti, i parcheggi inesistenti…” [Bomprezzi: 99].

Ma la visione fantapolitica di Bomprezzi è impietosa nei confronti della nuova società, almeno quanto lo è con quella dei “camminanti”. Alle vecchie barriere architettoniche si sono sostituite, in questo mondo alla rovescia, nuove discriminazioni. Soffitti a un metro e mezzo dal pavimento, troppo bassi per chi non è costretto in carrozzella, rampe inutilizzabili da persone camminanti, data l’eccessiva pendenza, e praticabili solo da carrozzine elettriche di buona potenza, e via dicendo. Questi nuovi ostacoli non discriminavano forse i ciechi e i sordomuti, ammessi nella Contea ma appena tollerati, in quanto “camminanti”?

Dal progetto politico iniziale di uno Stato senza barriere, si era passati presto, in effetti, ad architettare un paese del tutto inadatto a chi non vive in carrozzina, e ormai “la logica ferrea dei rapporti di forza faceva sì che anche la più debole concessione alle ragioni dei camminanti avrebbe fatto crollare rapidamente l’impalcatura della Contea”. Da qui, l’importanza di “riabilitare” Paolo, il prigioniero politico, penetrato clandestinamente nel Paese, e che si innamora, ricambiato, di Francesca, la bella guardia carceraria incaricata della sua riabilitazione.

Il rapporto fra ideologia dominante e normalizzazione emerge netto nel libro di Bomprezzi così come nel racconto di Wells, e in entrambi i testi si denuncia apertamente il ruolo che la medicina gioca in questo processo.

Per poter essere finalmente accettato nel Paese dei ciechi e sposare la ragazza di cui è innamorato, Nunez (detto dai locali Bogota) dovrebbe accettare la soluzione proposta dal dottore che lo visita, e che così spiega la sua “anomalia” – il fatto, cioè, di poter vedere: “Queste strane cose chiamate occhi, che esistono per formare nel volto una lieve e piacevole depressione, in Bogota sono malate in modo che gli disturbano il cervello. Sono dilatate, hanno le ciglia, con palpebre che si muovono; di conseguenza il suo cervello è in uno stato costante d’irritazione e di distruzione… Io credo di poter dire con ragionevole certezza che, per guarirlo completamente non abbiamo da fare che una piccola operazione chirurgica, facile e semplice, cioè rimuovere questi elementi irritanti” [Wells].

Nella Contea dei Ruotanti, si ricorda ancora il ruolo giocato dalla medicina nella “normalizzazione” della devianza fisica, prima della rivoluzione che ha portato l’handicap al potere. “Voi, voi normali – rimprovera  Francesca a Paolo – comandavate su tutto e tutti. Avevate stabilito le regole della normalità. L’altezza media, la sana e robusta costituzione fisica, la legge sulla certificazione di invalidità per chi non era come voi: la patente del diverso. E poi, per pulirvi la coscienza, spendevate miliardi in opere di beneficenza, finanziavate istituti-lager, e li chiamavate “centri di riabilitazione”. Hai mai pensato che dentro c’eravamo noi, esseri umani esattamente come te? Solo che voi volevate che tutti camminassero, anche se era chiaro che non ce la facevamo, che non ci saremmo mai riusciti. Costringevate i poliomielitici a barcollare sulle stampelle, allungavate le ossa ai nani, inventavate stivaletti miracolosi per i paraplegici. Sembrava quasi che le differenze vi dessero fastidio, turbassero il vostro primato di normali” [Bomprezzi: 17-18].

Ma la “riabilitazione” di un camminante all’uso della carrozzina, finirà col chiedersi Francesca, non rappresenta forse una violenza analoga? E’ giusto anchilosare le gambe di chi può ancora camminare, impedirgli di alzarsi da quella sedia? E c’è di peggio: una lettera anonima pervenuta alla redazione del quotidiano ufficiale denuncia come i medici della Contea intervengano geneticamente e chirurgicamente su feti e bambini sani nati da coppie senza malattie ereditarie, per far sì che i piccoli nascano “almeno con la spina bifida”.

Da questi confronti serrati fra diverse normalità, vissuti sulla pelle dei protagonisti, emerge nei due racconti un altro tema antropologicamente rilevante: quello delle tecniche del corpo, che Georges Perec definisce come quell’insieme di fatti banali, passati sotto silenzio, considerati ovvi e automatici, che rimandano “alla storia del nostro corpo, alla cultura che ha modellato i nostri gesti e le nostre posture, all’educazione che ha condizionato i nostri atti motori almeno quanto i nostri atti mentali” [Perec 2003; sulle tecniche del corpo cfr Mauss 1936, Lionetti 2004]

Quando il “camminante” Paolo prova ad usare, in carcere, la carrozzella, scopre che il suo corpo non conosce (non ha mai appreso) i gesti apparentemente semplici che permettono di manovrare con efficacia e senza pericoli quel mezzo di trasporto. La prima volta che prova a giocarci finisce con la schiena a terra e i piedi in aria, e persino dopo settimane di esercizio non sarà in grado, una volta uscito dal carcere, di tenere “il passo” (ma Bomprezzi giustamente ci corregge: meglio dire “il ritmo di rotazione”) della sua amata Francesca che lo guida verso casa sua, dapprima, e poi verso la libertà.

Se è vero, come sottolineava Marcel Mauss, che fin dall’infanzia, e poi nel corso di tutta la vita, noi apprendiamo anche e soprattutto attraverso il nostro corpo, acquisendo delle tecniche che, lungi dall’essere “naturali”, sono culturalmente apprese e condivise, allora anche la diversità, come scopre Paolo, si impara acquisendo pian piano nuove tecniche del corpo [Bomprezzi: 29-31]. E i nuovi saper fare, i nuovi usi del corpo si iscrivono ben presto nella carne, in un vero e proprio processo di embodiment: guardando le proprie mani, Paolo vede a un certo punto “i segni incipienti dei calli nell’incavo fra il pollice e il palmo”, e comprende che la mutazione è in corso [Bomprezzi: 108].

Analogamente, nel Paese dei ciechi, Nunez scopre a sue spese l’inadeguatezza delle tecniche del corpo di cui dispone per muoversi a proprio agio e comunicare in quel mondo così differente. Inciampa nelle case buie, vorrebbe dormire di notte e lavorare di giorno, mentre per i locali è evidente che è da sciocchi faticare quando fa più caldo, non capisce che nel paese dei ciechi l’intonazione della voce vale infinitamente più di un’espressione del viso, e via dicendo. Nunez appare goffo, a quella gente, che non perde occasione di sottolineare la sua scarsa maturità e la dubbia intelligenza.

Ma la definizione culturale di norma e devianza non si inscrive solo nel corpo e nei suoi gesti; essa è centrale in quel complesso sistema simbolico che è la lingua, e questo non può sfuggire a due acuti scrittori come Wells e Bomprezzi. “Resta con le ruote per terra. Non te ne pentirai..”, consiglia ad esempio un sacerdote a Francesca. E “Stringere i freni” è il titolo di un editoriale sul rischio di una recessione economica pubblicato in prima pagina dal quotidiano della Contea della Sacra Ruota. Di fronte allo schieramento della polizia, gli studenti “arretrarono di qualche giro di ruota”. E “Fauteuil charmant” è il nome di una boutique d’alta moda, le cui vetrine Francesca si ferma spesso a rimirare.

Il romanzo di Franco Bomprezzi, come il breve racconto di Wells, sono due occasioni di riflessione ironica ma impietosa sull’uomo, i suoi valori, la sua rigidità mentale, la sua intolleranza verso il diverso. E nel libro di Bomprezzi troviamo anche un’amara riflessione sul mondo del volontariato, le sue contraddizioni, la sua possibile strumentalizzazione. Così Giovanni dalle Ruote Nere ripensa agli anni che precedettero la disgregazione della Seconda Repubblica: “E poi c’era il volontariato, anima buona del sistema al potere, giustificazione morale dell’inefficienza, con quella ambigua parola d’ordine: non profit. Alla base di quell’esercito di bravi ragazzi, di donne cariche di amore, di anziani liberi da impegni, non si avvertiva il pericolo grave di un meccanismo ambiguo e perverso. Nessuno, a parole, ci guadagnava. Eppure fiorivano le sedi e i circoli, le segreterie di vertice, gli organi di stampa e i convegni, le società e le fondazioni, in un meccanismo ben oliato il cui unico obiettivo era evidentemente quello di lasciare le cose esattamente come stavano, con gli handicappati a fare gli handicappati, costretti ad accontentarsi di una pensione da fame e di un tesserino sanitario, per ottenere l’elemosina di un’assistenza sempre più indecente” [Bomprezzi: 94-95].

Mi sembra giusto concludere allora queste note ricordando le parole con le quali Cocchiara chiudeva il suo saggio sul mondo alla rovescia: “E così, fra caricatura e satira, fra polemiche e ribellioni, fra immagini e raffigurazioni, il mondo alla rovescia sembra uscire dalle stampe popolari, per collegarsi, in forma suggestiva, col mondo della poesia. Ma, anche, si noti bene, col mondo della ragione perché, al di là della caricatura, al di là della satira, c’è pur sempre nelle raffigura­zioni del mondo alla rovescia la protesta dell’uomo che vorrebbe vi­vere in mezzo ad una umanità migliore, la quale, in fondo, non è tale perché il servo è diventato “padrone”, il cacciatore “cacciato”, il cavalcatore “cavalcato” e così via, ma perché essa può riabbracciare in una fattiva armonia gli uomini tutti, i servi e i padroni, gli ani­mali e le cose” [Cocchiara: 258].

Un mondo più giusto, aggiungerebbe Bomprezzi, in cui c’è posto, e rispetto, tanto per i camminanti che per i ruotanti. 

Roberto Lionetti 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

BABCOCK, Barbara  1978
The reversible world. Symbolic inversion in art and society. London, Cornell University Press.

BENEDICT, Ruth  1934
Anthropology and the abnormal. “The Journal of General Psychology”, vol. 10, pp. 59-82. Trad. it.: L’antropologia e l’anormalità. In: Bonin, L. e Marazzi, A. (a cura di), Antropologia culturale, Milano, Hoepli, 1970, pp. 291-307.

BOMPREZZI, Franco  1999
La contea dei ruotanti. Saonara, Casa Editrice Il Prato.

COCCHIARA, Giuseppe  1963
Il mondo alla rovescia. Torino, Boringhieri.

LIONETTI, Roberto  2004
Corpo, sport, educazione. “Ciesse Informa”, numero 7 (Marzo 2004), pp. 2-8

MAUSS, M.  1936
Les techniques du corps. “Journal de Psychologie”, vol. 32, n.e., n. 3-4 (Comunicazione presentata alla Société de Psychologie il 17 maggio 1934). Trad. it.: Le tecniche del corpo. In: Teoria generale della magia e altri saggi. Torino, Einaudi, 1965.

PEREC, Georges  2003
Penser/classer. Paris, Le Seuil.

WELLS, George Herbert
Il paese dei ciechi. In: Storie di fantasia e di fantascienza, Mursia, 2002. .

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