Disabilità e scienze sociali: una raccolta di saggi a cura di L.J. Davis

Una ventina di anni or sono, Lennard J. Davis ha curato una raccolta di studi sulla disabilità (The disability studies reader, New York e London, Routledge, 1997). Il testo, nonostante gli anni passati, risulta così attuale e pieno di spunti per la riflessione, che riteniamo utile proporne qui l’ampia recensione stesa da Louise Tassé due anni dopo l’uscita del volume, e pubblicata in “Anthropologie et sociétés”, vol. 23, n. 1. (traduzione dal francese di R. Lionetti).

La raccolta si propone come scopo l’elaborazione del concetto di incapacità fisica o mentale nel contesto dell’antropologia sociale e culturale, al fine di includerlo allo stesso titolo delle nozioni di classe sociale, etnia o sesso. Ciò ha come effetto quello di aprire la questione dell’incapacità fisica o mentale definendola non come un attributo degli individui che ne soffrono, ma come una categoria discorsiva delle scienze umane e sociali. In questo contesto, l’incapacità fisica o mentale esce dal quadro ristretto del corpus del sistema biomedico, in cui è tradizionalmente collocata, per essere storicizzata e politicizzata, interrogando la costruzione culturale dell’immagine del corpo dalla Grecia antica fino ai nostri giorni. Così, The disability studies reader si presenta non solo come un drammatico viaggio nella storia dell’esclusione delle persone handicappate nella cultura occidentale, ma come un’epistemologia della differenza.

Non sorprende constatare che fra i 27 articoli della raccolta, 7 trattino della sordità. Se viene prestata maggiore attenzione alla sordità, in questo contesto, è perché il sordo e il suo sistema di segni, trasgredendo le norme della comunicazione convenzionale, appaiono giustamente come il paradigma della differenza. Nell’Europa del XVII secolo, secondo J.L. Nelson e B.S. Berens, il sordo comincia a malapena ad essere riconosciuto come un essere umano in grado di comunicare con gli altri; la sua educazione sarà intrapresa attraverso la negazione dei suoi propri mezzi di comunicazione, e assoggettata ai mezzi di comunicazione dominanti. Da qui la polemica, che persiste ancora ai nostri giorni, ma sotto forme diverse, fra gli “oralisti”, che preferiscono l’apprendimento della lettura labiale e della lingua parlata, e i “gestualisti”, che sostengono l’uso della lingua dei segni, così come l’hanno sviluppata gli stessi sordi, per comunicare fra di loro. A questo proposito, D. Baynton dimostra come, nel XIX secolo, i partigiani americani dell’oralismo tentarono di eliminare la lingua dei segni dalle scuole specializzate nell’educazione dei sordi. Grandi difensori dell’unità nazionale e dell’ordine sociale grazie all’omogeneità della lingua e della cultura, gli oralisti temevano che i matrimoni fra persone sorde avrebbero portato alla formazione di una “specie sorda della razza umana”. D’altra parte, i partigiani del “gestualismo” di quel periodo erano degli evangelici riformisti, desiderosi di convertire tutti gli individui, senza eccezione.

Oggi, l’opposizione fra oralisti e gestualisti si inserisce nel dibattito sul pluralismo culturale, che tende a riconoscere la comunità linguistica e culturale che le persone sorde formano, così come la specificità della lingua dei segni come lingua “ufficiale”. Il commento di H.D.L. Bauman e J. Drake a proposito del riconoscimento della cultura specifica delle persone sorde attraverso la sua inclusione come categoria discorsiva nei programmi universitari, illustra bene quelle che sono le implicazioni attuali di questo dibattito.

Lo studio di H.D.L. Bauman, che tratta i rapporti fra la lingua dei segni e la teoria letteraria, approfondisce la questione del riconoscimento della lingua dei segni; essa costituisce un mezzo di comunicazione perfettamente in grado, secondo lui, di generare, come qualsiasi altra lingua, un numero infinito di frasi, frutto di un vasto lessico, e di produrre dunque un corpus letterario che trasformerebbe il modello letterario attuale della lingua e della scrittura in un campo linguistico fondato sullo sguardo, il tempo, lo spazio e il corpo.

Come altri autori presenti in questa raccolta, che prendono in considerazione le condizioni etico-politiche della comparsa dello statuto di estraneo imposto alle persone sorde nella comunità, Bauman analizza inoltre la costruzione culturale dell’identità dei sordi, a partire dagli effetti d’isolamento ed esclusione prodotti dal fonocentrismo e dal logocentrismo dominanti. Ricordando con Derrida la connessione arbitraria, dunque culturale e non naturale, fra la voce e il linguaggio che ha portato al primato del “sentirsi parlare” nel sistema linguistico delle società occidentali, mette in evidenza l’aspetto primordiale del simbolismo e il carattere contingente della voce come base della comunicazione nelle società umane. Quest’analisi dei rapporti fra la lingua dei segni e la lingua parlata come strumenti di comunicazione, porta dunque una nuova luce sull’eterna questione dell’origine del linguaggio. Lévi-Strauss e Lacan avevano già formulato la questione dell’origine del linguaggio ponendola in relazione all’origine del simbolico, ma l’evoluzionismo biologico continua a voler scoprire le peculiarità dell’anatomia umana che avrebbero favorito l’apparizione delle prime emissioni vocali.

Se la questione della stigmatizzazione delle persone handicappate è ovviamente manifesta in ciascuno degli articoli della raccolta, alcuni autori ne offrono un’interpretazione. A tale proposito, la riproduzione di alcuni passi di Stigma di Goffman così come il breve articolo di S. Sontag, testimoniano bene la modernità delle loro analisi. Lo studio di Coleman si colloca nella scia degli studi di Goffman e Sontag, e costituisce una buona sintesi della definizione della stigmatizzazione in termini di paura, stereotipi e controllo sociale.

Quattro articoli della raccolta trattano invece dell’introduzione della menomazione fisica o mentale nella letteratura e nelle arti visuali a partire dalle rappresentazioni dell’identità. D. Hevey fa una critica dell’uso dell’immagine degli handicappati nella pittografia fotografica e in particolare nei lavori di Diane Arbus, Gary Winogrand e Jean Mobr. D. Mitchel contrappone il romanzo di Sherwood Anderson, Winesbork, Ohio, a Greek Love di Katherine Dunn, per dimostrare che gli autori moderni avrebbero reificato il grottesco, tentando di farlo uscire dal quadro rigido del puritanesimo vittoriano, mentre i postmoderni avrebbero esplorato il processo metaforico ch’esso racchiude. Collocandosi nel prolungamento delle considerazioni teoriche di Deridda sull’uso metaforico della cecità e il suo rapporto metonimico con la visione interiore e l’interiorità, N. Mirzoeff esamina la portata soggettiva e sociale di questa metaforizzazione nelle opere di Poussin, David, Ingres, Delacroix, Paul Strand e Robert Morris. Egli constata che la cecità è in queste opere letterarie il segno dell’interiorità nell’uomo, mentre rimane un handicap nella donna.

Grazie a questa raccolta di testi, la maggior parte dei quali era già stata pubblicata in riviste specializzate, Davis riesce a gettare un ponte fra varie problematiche delle scienze umane e sociali, che sarebbero altrimenti rimaste parallele, e offrire un resoconto conciso e coerente che si presenta come una serie di aperture per proseguire l’analisi del posto simbolico delle persone disabili nella cultura occidentale.

 

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