Celebrata a Trieste la Giornata Regionale del Servizio Civile

Martedì 25 novembre si è celebrata, a Trieste, la Giornata Regionale del Servizio Civile. Hanno partecipato all’incontro oltre settanta ragazzi, provenienti da progetti e sedi regionali diverse.

Alberto Meli, formatore e responsabile delle ACLI Servizio Civile, ha aperto l’incontro ricordando come, tema fondamentale della giornata, fosse quello della pace, e ha annunciato che, su questo tema, sarebbero stati organizzati, nel pomeriggio, dei gruppi di lavoro. Meli ha dato quindi lettura dell’email inviatagli da Debora Serracchiani, con i saluti e gli auguri di buon lavoro da parte del Presidente della Regione FVG. Ha preso quindi la parola l’assessore comunale Antonella Grim, portando i saluti dell’amministrazione comune e ricordando come il Comune di Trieste abbia attivato una Delega alla Pace, assunta da Fabiana Martini, vicesindaco. L’assessore ha sottolineato la centralità della coprogettazione e dell’approccio partecipativo, e raccontato ai presenti che, nella mattinata, 900 ragazzi delle scuole di Trieste avevano avuto l’occasione di incontrare alcuni sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti.

Sono quindi intervenute tre ragazze del Servizio Civile, che hanno raccontato della manifestazione contro la violenza tenutasi quella mattina in città; le ragazze hanno srotolato uno splendido striscione di 12 metri, realizzato dalla Microarea di San Giovanni in collaborazione con il Liceo Artistico Nordio e l’Istituto Psicopedagogico De Sandrinelli. Un altro striscione, di 6 metri, è stato realizzato dalla Microarea di Melara, in collaborazione con i ragazzi delle scuole e del ricreatorio comunale del quartiere e di varie associazioni. Nella mattinata, gli striscioni erano stati simbolicamente uniti in piazza Unità, in modo da creare un unico grande messaggio contro la violenza.

I ragazzi presenti si sono quindi suddivisi in 4 gruppi di lavoro, che attraverso il dibattito e giochi di ruolo hanno affrontato vari aspetti legati alla violenza, all’emarginazione, alla tolleranza, alle possibili risposte ai bisogni.

Alle ore 18.00, sono ripresi i lavori in plenaria, con l’intervento dei 4 formatori che hanno preso parte ai gruppi di lavoro, facilitando il dibattito fra i giovani volontari del Servizio Civile e proponendo dei giochi di ruolo. Ecco, in breve, i temi su cui hanno lavorato i 4 gruppi:
– 1° gruppo: i ragazzi hanno affrontato il tema del conflitto e delle sue possibili soluzioni; sono state messe in scena 2 situazioni di conflitto, poi analizzate insieme.
– 2° gruppo: i partecipanti hanno cercato di definire il concetto di conflitto, riflettendo sul ruolo di pregiudizi e stereotipi nella comunicazione in situazioni di conflitto e sulle possibili soluzioni del conflitto.
– 3° gruppo: i ragazzi, guidati dal facilitatore, hanno giocato a lupus in fabula, un tipico gioco di ruoli riadattato per l’occasione sui temi della cittadinanza; si è parlato poi della storia di Franca Viola, la ragazza siciliana violentata negli anni ’60 dal figlio di un boss mafioso, e che rompendo la regola non scritta del silenzio e dell’accettazione della violenza subita, denunciò il ragazzo che l’aveva violentata e i suoi scagnozzi.
– 4° gruppo: attraverso il gioco di ruoli Play Futura, i ragazzi hanno discusso di persone con problemi vari (sociali, di salute, ecc.), cercando di capire quali risposte sia possibile dare ai diversi bisogni.

Meli ha quindi presentato don Pierluigi Di Piazza e il suo Centro di Accoglienza intitolato a Ernesto Balducci, ricordando come Balducci sia stato condannato per apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza.

Don Di Piazza, nel suo intervento, ricco ed emozionante, ha posto l’accento sulle relazioni umane, prendendo lo spunto dalla storia di Franca Viola, e mostrando come anche una violenza subita possa trasformarsi in un progetto positivo, di giustizia e di pace. Racconta dell’apertura di un centro di accoglienza per ex detenuti a Cordenons, e del recente incontro di pacificazione fra la vedova di un carabiniere e la mamma del ragazzo che lo uccise.

Di Piazza denuncia la violenza come pura follia, e afferma che la stessa guerra è follia: non esistono guerre giuste, guerre umanitarie, guerre per riportare pace e democrazia. Quale politica, quale religione sono allora degne di essere prese in considerazione, se non pongono in modo prioritario il problema della costruzione della pace? La violenza presuppone e si esercita sull’Altro, ma l’alterità, sottolinea Di Piazza, è innanzitutto in noi, e rapportarci con essa ci permette di non ascrivere all’Altro “esterno” la negatività di cui siamo spesso noi stessi portatori.

La pace va appresa, va costruita. La pace ha quindi bisogno di una cultura della pace, e Di Piazza conclude ricordando un passo di Gramsci, che lo emoziona sempre, in cui il grande pensatore si interroga su cosa sia, in effetti, la cultura: la cultura, per Antonio Gramsci, non è erudizione, ma la capacità di capire il posto che occupiamo, e le relazioni con gli altri; cultura è anche la capacità di lottare e di sacrificarsi per i valori in cui crediamo. E proprio a partire dalla definizione gramsciana di cultura come intreccio di relazioni umane e di valori per cui vale la pena lottare e sacrificarsi, Pierluigi Di Piazza ricorda la figura di don Milani e la sua bellissima lettera L’obbedienza non è più una virtù.

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